Trascorsi ormai cento anni dalla nascita del movimento futurista, vorrei fare alcune considerazioni in merito alle idee e all’eredità che ci ha lasciato.
Nel 1909, con la pubblicazione del documento programmatico, Marinetti enunciava i fondamenti teorici del futurismo: l’assoluta necessità di aderire al proprio tempo, contrapponendosi al tradizionalismo culturale, al “passatismo”; l’esaltazione del mito della modernità
(”modernolatria”), della bellezza della velocità e del dinamismo, il “culto del coraggio, dell’audacia e della ribellione”.
Si andava così delineando una nuova era, contraddistinta dall’avvento di tecnologie rivoluzionarie, dalla nascita dell’industria moderna, dall’introduzione su larga scala di invenzioni che modificano completamente il concetto di tempo e di spazio, in particolare per quanto riguarda mezzi di comunicazione e mezzi di trasporto (treni, aeroplani, automobili, radio, telefono).
Questa ondata di rinnovamento abbracciò ogni forma di espressione artistica, dalla pittura alla scultura, dalla letteratura alla musica senza tralasciare la fotografia, il cinema, la danza, il teatro, la moda e persino l’arte culinaria.
I Futuristi si sono infatti occupati anche di gastronomia e non poteva essere altrimenti, dal momento che il loro progetto di rivoluzione sociale era globale e riguardava ogni aspetto della società, ogni comportamento dell'individuo che nell'atto del mangiare e dello scegliere un determinato cibo rivela una parte di sé, facendo intuire la sua cultura, i suoi gusti. 
Per conoscere il movimento futurista guardiamo per forza al passato, ma ci troviamo oggi esattamente in quel dove e quando da loro precognizzato, nel senso che l’epoca in cui viviamo possiede tutti i requisiti di quella agognata dai futuristi: il moderno e alienante culto della velocità, l’esaltazione del nuovo, della macchina, il gusto snobistico dell’esclusivo ed unico, una massa di gente anticonformista che diventa automaticamente conformista ispirandosi agli stereotipi della televisione o del cinema. Ed in negativo, una cultura che esalta il culto del corpo, il valore della guerra, il tribalismo, l’odio razziale.
Il nuovo futurista starebbe probabilmente a suo agio nei dibattiti televisivi.
Nel tardo periodo futurista degli anni Trenta, Marinetti e Fillìa scrissero insieme Il manifesto della cucina futurista (1930) e La cucina futurista (1932), preceduta quest'ultima da un preambolo in cui si afferma che l'umanità si deve alimentare con nuovissime vivande in cui l'esperienza, l'intelligenza e la fantasia sostituiscano economicamente la quantità, la banalità, la ripetizione.
Anche nella cucina contemporanea il futurista di un tempo si troverebbe a suo agio. La nuova moda imperante della cucina molecolare ipertecnologica non potrebbe che fargli piacere. Nel manifesto futurista infatti si trova l’elogio degli strumenti tecnologici e scientifici in cucina : “ozonizzatori, lampade a raggi ultravioletti, mulini colloidali..”.
E si trovano anche quelle perversioni alimentari imposte dalla massificazione della produzione alimentare piegata alle necessità della grande distribuzione: “…bisogna dare al corpo le calorie necessarie mediante equivalenti nutritivi in polvere e pillole , composti alluminici, grassi sintetici e vitamine..”. La previsione futurista della nostra società aveva già immaginato i conservanti, i coloranti e gli additivi propri della nostra alimentazione quotidiana. Anche il gusto di stupire a tutti i costi, di innovare senza rispettare la tradizione, di creare scenografia anziché sostanza è un sentiment che ritroviamo oggi come nelle creazioni futuriste.
Curioso e divertente è spulciare nelle ricette futuriste e nei menù proposti nel 1930:
come l'Antipasto intuitivo, costituito da cestini scavati nella buccia dell'arancio e ricolmi di salame di autentico porco e sott'aceti Cirio, il tutto trafitto da piccoli bastoni di grissini dove la novità consiste nei minuscoli biglietti nascosti nelle ulive farcite che si sputano, si aprono e si leggono ad alta voce con grande dilettazione degli astanti; il Carneplastico, una grande polpetta cilindrica di carne di vitello arrostita, ripiena di undici qualità diverse di verdure cotte. Alla base, un anello di salsiccia che poggia su tre sfere dorate di carne di pollo, un prodigio di equilibrio e d'inventiva plastico-scultorea; e come dessert, si propongono le patriottiche Mammelle italiane al sole, ideate dalla pittrice Marisa Mori: si formano due mezze sfere colme di pasta candita di mandorle. Nel centro di ognuna si appoggia una fragola fresca. Indi si versa nel vassoio zabaione e zone di panna montata. Si può cospargere il tutto di pepe forte e guarnire con peperoncini rossi.
Il manifesto futurista predica anche l'abolizione della forchetta e del coltello, dei condimenti tradizionali, del peso e del volume degli alimenti; auspica la creazione di bocconi simultaneisti e cangianti; invita i chimici ad inventare nuovi sapori e incoraggia l'accostamento ai piatti di musiche, poesie e profumi, tutti artifici presentati oggi come innovativi dai contemporanei chef alla moda. E non meno grave, lotta per una perdita dell’identità culinaria nazionale e delle tradizioni locali - come l’assurda battaglia contro la pastasciutta,
colpevole di appesantire i corpi e lo spirito ”..Crediamo anzitutto necessaria l’ abolizione della pastasciutta, assurda religione gastronomica italiana.. A differenza del pane e del riso la pastasciutta è un alimento che si ingozza, non si mastica. Questo alimento amidaceo viene in gran parte digerito in bocca dalla saliva e il lavoro di trasformazione è disimpegnato dal pancreas e dal fegato. Ciò porta ad uno squilibrio con disturbi di questi organi. Ne derivano: fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo”- che oggi riscontriamo nell’affermarsi in Italia delle nuove cucine etniche a discapito della tutela del territorio e dei prodotti locali.
Ed infine precognizza l’avvento della cucina fast food ed il regno di una gastronomia che, abbandonati i tempi medio-lunghi di cottura a fuoco lento e tutti i cibi complessi da cucinare, puntava sugli accostamenti arditi e sconvolgenti, sul disordine nella presentazione delle portate, su «miscugli non conformisti» come il dolce-salato e il cotto-crudo, su bocconi «simultanei», in cui si concentravano molteplici sapori da gustare in pochi attimi (finger food, nouvelle cuisine) , sull'invenzione di nuove vivande ispirate all'originalità plastica e coloristica più che alla gradevolezza e alla commestibilità cosicché – come diceva Marinetti – tutte le persone «abbiano la sensazione di mangiare, oltre che dei buoni cibi, anche delle opere d'arte”.
Il passato a volte ci sorprende perché ci parla del nostro presente e conoscerlo potrebbe servirci ad inventare un futuro diverso.



Articolo estrememente curioso e istruttivo.
RispondiEliminaVa detto però che esiste una grande differenza tra le "aberrazioni" (a mio modesto avviso) ipotizzate dai futuristi e le molte altrettante "aberrazioni" effettivamente realizzate ai nosti giorni. I futuristoi almeno inseguivano un disegno estetico e culturale puro(anche se discutibile) mentre ai giorni nostri la molla è il profitto che sostituisce genuinità e gusto imponenedo nuovi canoni estetici e culinari.